Hockey’s Version

I canadesi affrontano qualsiasi cosa con una certa sprezzatura. Non si lamentano troppo della guerra in Afghanistan, fanno spallucce nelle bufere elettorali, hanno rifiutato fieramente di partecipare alla rivoluzione americana, hanno avuto le invasioni barbariche sul teleschermo e quando finalmente hanno avuto una rivoluzione in esclusiva, quella anticattolica, l’hanno chiamata la “rivoluzione tranquilla”, tanto per chiarire la tempra canadese. E’ solo per l’hockey che i canadesi fanno le barricate.
21 AGO 20
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I canadesi affrontano qualsiasi cosa con una certa sprezzatura. Non si lamentano troppo della guerra in Afghanistan, fanno spallucce nelle bufere elettorali, hanno rifiutato fieramente di partecipare alla rivoluzione americana, hanno avuto le invasioni barbariche sul teleschermo e quando finalmente hanno avuto una rivoluzione in esclusiva, quella anticattolica, l’hanno chiamata la “rivoluzione tranquilla”, tanto per chiarire la tempra canadese. E’ solo per l’hockey che i canadesi fanno le barricate. Dopo la drammatica sconfitta dei Vancouver Canucks nella Stanley Cup contro i Boston Bruins, i tifosi – che in questo caso coincidono con i cittadini – si sono riversati nelle strade riproponendo scene da G8 di Genova: bombe molotov, macchine della polizia incendiate, vetrine rotte, guerriglia urbana, ubriachezza incontrollata e molesta. Una foga diretta contro nessuno in particolare e tutti in generale, una maestosa rissa di frustrazione come quelle che succedono sul ghiaccio, ma con un conteggio dei feriti che è arrivato a cinquantotto dopo una notte di scontri. I canadesi possono sopportare tutto, entro certi limiti.

Se Barney Panofsky vedesse le immagini della guerriglia urbana sorriderebbe sornione in barba alle dichiarazioni ufficiali del sindaco della città (“abbiamo visto dei bellissimi playoff”, “sono vandali isolati”, “non rappresentano la città”) e anche per la gioia che a essere sconfitti siano gli odiati Canucks e non i suoi Montreal Canadiens. I tifosi sanno che la caduta altrui può essere anche più gloriosa della vittoria. Certo, di fronte al mondo scandalizzato che obietta cose del tipo “ma è solo una partita di hockey”, l’eroe di Mordecai Richler capirebbe perfettamente quell’indole canadese che su tutto si tiene a freno, che ama la misura e si crogiuola persino in una certa apatia di maniera, ma perde la brocca quando dodici ragazzi con mazza e armatura si menano per infilare il disco in fondo al sacco. Fosse stato a Vancouver l’altra sera, Barney sarebbe sceso a vedere lo spettacolo poco edificante e barricadiero della rabbia che si fa largo nelle strade e distrugge quel che trova. Avrebbe capito tutto, Barney, e si sarebbe acceso un Montecristo lungo la via.